Dancing in the darkness

La drammatica storia di Lucia Joyce, sirena ed ombra della mente del padre James

di Roberta Bignardi*

Nel passaggio da un’estetica idealistica a un’estetica moderna, la domanda che ci si pone non è tanto”se quella che vediamo/ascoltiamo – dalla pittura, alla danza, alla musica – sia un’opera d’arte”, ma comenasce, come si produce, a chi si rivolge, per quali canali viene trasmessa, in che rapporto si trova con il suo creatore da un lato e con il pubblico dall’altro. Cerchiamo di intendere l’opera d’arte come parte del sistema di segni proprio di ogni cultura umana, oppure come funzione della dinamica psichica e come risultato dello scontro tra pulsioni e inibizioni dell’uomo, oppure ancora come il risultato di un processo sociale. Gli insiemi dell’arte e della follia, o meglio degli artisti e dei folli, si intersecano e si sovrappongono quando poniamo attenzione alle caratteristiche di contrapposizione alla norma e di devianza dalla normalità. Sarebbe stata da curare questa devianza o era, ed è, il segno del genio, il segno di Dio nell’uomo? Eppure l’artista ‘maledetto’ ha da sempre attirato l’attenzione del pubblico, degli storici e degli psicologi; ancor di più la relazione tra danza e follia, vista come unione inscindibile che si presenta nel corpo, dopo aver compiuto il percorso mentale e generatore dell’idea. Quanto lo stato di un determinato malessere psicologico allora, pensiamo al danzatore Vasclav Nijinskij, fa parte del processo artistico?

Lucia Joyce: danzatrice vittima o complice di follia creativa?

La drammatica vita di Lucia Joyce, figlia dello scrittore irlandese James, narra la storia di una giovane danzatrice vittima o complice di una sorta di follia creativa. Un rapporto padre-figlia da osservare non solo in maniera univoca: vi è tra James e Lucia un affetto reciproco molto forte, che influisce nella creazione artistica del padre, in uno specchiarsi inquieto e vicendevole. Jung dirà quasi vent’anni dopo che Lucia in qualche modo era rimasta intrappolata nella psiche di James senza essere in grado di emergerne in maniera indipendente. Guardando le fotografie che ritraggono Lucia danzatrice, si percepiscono una bellezza e una tensione inusuali; una giovane creatura plastica, mobile, quasi liquida, che anche nella stasi dell’immagine riesce a dare un senso a quella sua incompresa danza interiore, utilizzando il corpo come mezzo di espressione, un’arte perduta alle spalle di un genitore imponente. Lucia e James Joyce: due persone unite da un legame inscindibile, un rapporto intenso, uno scambio creativo dove la danza diventa un tutt’uno con la scrittura, dove il movimento del corpo diventa metafora e poesia, intrappolata in un follia oscura. Oppressa da diagnosi discordanti, Lucia ha avuto al suo fianco
la sola presenza amorevole, disperata e ingombrante del padre James.

Una biografia di famiglia

Lucia Anna Joyce nasce a Trieste il 26 luglio 1907, a due anni di distanza dal fratello maggiore Giorgio. I suoi genitori, James e Nora, che si sposeranno ufficialmente solo quando i loro ragazzi saranno adulti, trascorrono la quotidianità in una situazione precaria, sia a livello economico sia a livello lavorativo. James insegna, ma non è ancora lo scrittore che noi conosciamo. Lei, invece, è una compagna probabilmente insoddisfatta, sentimentalmente più legata al marito di quanto lo sia lui a lei, e rinchiusa nel ruolo di partner e madre, con in più il fardello di dover fronteggiare, oltre alla povertà, anche i problemi che James ha con l’alcol. Nel sistema precario di questa nuova famiglia, dove regna un’instabilità, metaforica e pratica, si percepiscono questi genitori affettuosi, ma non ancora pronti a un ruolo così impegnativo. Nell’avvicendarsi di trasferimenti, dovuti a un’armonia difficile da incontrare, la piccola Lucia si ritrova ad avere collezionato entro i sette anni cinque diversi domicili, con il conseguente senso di discontinuità che se, in altre condizioni sarebbe stato fonte di stimolo, in questo caso, essendo dato da esigenze primarie da soddisfare, diviene un nido nel quale covare profonde insicurezze. E se il rapporto di Joyce con la moglie Nora sembra logorarsi un poco, il legame con la figlia Lucia si fa da subito fondamentale ed esclusivo: Lucia viene osservata dal genitore, quasi che egli voglia carpirne elementi da inserire nei suoi scritti, e non solo la osserva. James ha con lei uno scambio emotivo penetrante, e i due condividono un modo di comunicare e intendersi tutto loro, che va a escludere la madre e il fratello Giorgio, che a loro volta diventano una coppia di “affinità elettiva”.


Parigi e la scoperta della danza

Lucia arriva a Parigi tredicenne, con questa famiglia dove le lingue della sua esperienza si intersecano (parla in italiano col padre e – ricordo del loro aver vissuto in Svizzera – in tedesco col fratello), e qui scopre finalmente la propria ineluttabile vocazione, iniziando a frequentare corsi di danza. In questi anni di gestazione dell’opera “Ulisse” da parte di James, che ancora prima della pubblicazione fa scalpore, Lucia comprende la propria identità: nel muoversi a tempo di musica, scopre la sua espressività, che è incisiva, quasi barbarica. Qui Lucia incontrerà insegnanti notevoli, con un loro credo e una loro filosofia di vita, e tra questi spicca Raymond Duncan, fratello della più famosa Isadora, madre della ‘danza libera’. Ballerino, un poeta e un filosofo, col suo amore per i costumi e il pensiero della Grecia, Raymond crea un proprio circolo di allievi a cui insegna non solo il movimento, ma anche il senso di divino presente nel corpo e nella mente. Ecco dunque che Lucia scopre un mondo nel quale diventa essa stessa medium di poesia: il danzare si fa acceso, ma anche aggraziato e scevro da costrizioni, e in esso si creano commistioni con altre forme artistiche. Altro incontro essenziale è quello con Margaret Morris (coreografa, danzatrice e maestra della tecnica di Isadora Duncan), il cui metodo colpisce talmente Lucia da voler diventare insegnante. La carriera di Lucia è dunque non solo predefinita da innate capacità, ma anche ben avviata se si considera la sua appartenenza ad un sestetto di ballerine, Le Six de rythme et couleur, che girano le nazioni in tournée esibendosi con uno stile sperimentale. Poi, questa donna ambiziosa, profondamente ambiziosa, smette di ballare. Perché, se ciò è quel che le dà un senso, uno scopo, un’identità? Sembra che in un momento cruciale della carriera di Lucia, intorno al 1930, Joyce “imponga” un momentaneo trasferimento in Inghilterra; ciò però non può essere un motivo sufficiente per determinare una scelta tanto drastica. Si sa che James la incita a tentare altre strade, ma pare che l’opposizione maggiore provenga dalla madre, decisamente contraria a questa attività, ma anche apparentemente contrariata in generale da questa figlia: una figlia che non comprende, con cui spesso è scostante e in conflitto, e con cui non pare esserci alcun punto in comune. 

Il rapporto con il padre

Nel 1913 James aveva scritto diverse poesie a questa sua adorata figlia, e Carol Loeb Shloss, autrice dello splendido libro Lucia Joyce. To Dance in the Wake (2005), fa notare come Lucia divenga la prima “sirena” di suo padre, la musa ispiratrice che però si ritrova costretta in questo suo ruolo passivo: lei pure è un’artista, e vuole spazio e voce, e questo può essere un fatto cruciale che spesso passa inosservato. La cugina di Lucia ricorda di avere visto la ragazza e James insieme, in una vera e propria sessione creativa nella quale lei danza e lui scrive, e la leggerezza del corpo dell’una fa eco e risonanza allo sciogliersi della penna sul foglio dell’altro, come se fosse una danza in comune, un sollecitarsi a vicenda e quel comunicare estraneo agli altri. Lo stesso Joyce ammetterà: «Qualunque scintilla o dono io possieda è stato trasmesso a Lucia, e ha fatto divampare un incendio nel suo cervello padre». Una follia quella di Lucia che potremmo chiamare creativa, che aveva espressione nell’arte del movimento danzato e con esso in quello paterno della poesia, poi intrappolata nell’immobilità corporea, in una profonda e solitaria “darkness” cerebrale.